scritto da Raffaele Lombardo
Non è mia abitudine commentare le sentenze e non intendo iniziare oggi. Ma di seguito alle notizie che ho letto sulla stampa a proposito della sentenza Dell’Utri, negandomi a due specifiche domande dei giornalisti, mi sono impegnato ad affidare a questo blog la mia opinione.
Fa specie anche a me sentire indicare un mafioso conclamato come Vittorio Mangano quale eroe quando la Sicilia, suo malgrado, è terra di autentici eroi dell’antimafia quali Falcone e Borsellino che devono essere portati a modello per noi e per le nuove generazioni perché hanno sacrificato la loro vita per contrastare la mafia ed affermare i valori della legalità.
Così come non posso condividere gli inviti formulati dal senatore Dell’Utri quando dichiara che la migliore difesa sia quella di non rispondere ai magistrati “essendo il silenzio la migliore arma dell’imputato”.
Su questo aspetto io mi trovo nella situazione paradossale di volermi avvalere della “facoltà di rispondere” e leggo con una punta di invidia che, prima del rinvio a giudizio, Dell’Utri è stato interrogato per oltre 11 ore mentre Cuffaro è stato ascoltato diverse volte dai magistrati. Invece io ho chiesto con ogni mezzo, attraverso la stampa e per iscritto per il tramite dei miei avvocati, di essere interrogato dalla Procura di Catania che invece mi impone “il dovere di non rispondere”.
Ritengo che qualunque cittadino così come un presidente della Regione eletto da 1.800.000 siciliani (oltre il 65% dei votanti) abbia il diritto di essere ascoltato dalla magistratura per apportare il proprio indispensabile contributo all’accertamento delle verità. Questo diritto è sacrosanto sempre. La vicende che mi riguardano invece io devo apprenderle attraverso fughe di notizie che costituiscono reato così come attestato dall’indagine avviata dalla Procura di Messina che ha chiesto di ascoltarmi come persona informata dei fatti.
Infatti sono venuto a conoscenza da un giornale che era pronta per me una richiesta di arresto, anche se puntualmente smentita il 12 maggio scorso dalla Procura di Catania. Ho la netta sensazione, anche alla luce delle notizie di oggi che mi riguardano, che con una sapiente regia (la cui matrice politica, val la pena di ricordarlo, è stata denunziata dalla stessa Procura), si sia sparato mediaticamente ad alzo zero fin dal 29 marzo per poi magari, in una logica inammissibile per il potere giudiziario, tentare di mediare al ribasso per chiedere il mio rinvio a giudizio, per conseguire cioè comunque l’effetto politico, auspicato e dichiarato dai miei avversari, che si è voluto anticipare con la fuga di notizie: la notizia che precede il fatto e lo determina.
Ho più che la sensazione che, per quanto mi riguardi, l’indagine si basi su elementi inconsistenti e privi di riscontro, la cui fonte sia qualche millantatore che quando mi vede si mette sull’attenti e mi da del lei, preso forse da timore reverenziale, mentre quando parla di me in mia assenza si lascia andare al tu e racconta qualunque fatto privo di fondamento.
Ecco, vorrei potere dimostrare quanto sopra. Ma, a quanto pare, chiedo troppo.
So essere rigoroso con me stesso e so che, se dovessi essere giudicato responsabile di un qualunque reato anche ben lontano da quello di voler favorire in qualsiasi modo la mafia, lascerei il mio posto senza attendere Appelli e Cassazione.
Ritengo però di dover affermare il mio diritto di contribuire all’accertamento della verità e di avere il dovere morale di andare avanti con l’azione di governo di fronte ad oscure, o fin troppo palesi, manovre che tengono solo a penalizzare la Sicilia rispetto all’azione riformatrice che comunque non si fermerà.
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