Questa mattina l’assessore all’Economia della Regione Siciliana, Gaetano Armao ha relazionato alla conferenza delle Regioni sulle norme relative all’assegnazione dei beni confiscati inserite nel c.d. Codice antimafia varato dal Governo, adesso all’esame delle Commissioni giustizia di Camera e Senato. Nel merito l’assessore Armao – ricordando le pesanti critiche cui in termini generali e’ stato sottoposto il testo, a partire dal Procuratore nazionale antimafia e dal Centro ‘Pio La Torre’ – ha evidenziato “le criticita’ presenti nel decreto legislativo – ha detto – che avranno gravi ricadute negative soprattutto nel territorio delle regioni dov’e’ allocato il numero maggiore di beni (in Sicilia il 45%)”.
La Conferenza delle Regioni, al termine della relazione, ha richiesto audizione alle Commissioni parlamentari per proporre le modifiche al testo governativo.
“In primo luogo – ha proseguito l’assessore – il codice e’ viziato da eccesso di delega, modifica infatti la previgente normativa (l. N. 575 del 1965 e succ. mod. ed int.), senza che in merito vi sia riferimento nella l. delega n. 136 del 2010.
Nell’attuale formulazione del c.d. Codice antimafia (artt. 55 e segg.) le Regioni e gli altri enti territoriali sono posti soltanto alla fine dell’elenco dei soggetti beneficiari dei beni confiscati, in termini residuali e, pertanto, inaccettabili”. E ancora Armao: “la scelta del Governo nazionale sembra individuare Regioni ed enti territoriali come soggetti ai quali i beni possono essere conferiti in via sostanzialmente marginale, solo dopo che le amministrazioni statali e l’Agenzia per i beni confiscati non ne richiedano l’assegnazione. Altro aspetto significativo riguarda il mancato coinvolgimento delle Regioni nella individuazione degli enti territoriali locali. In particolare questa scelta puo’ provocare ritardi nell’adozione delle procedure e difficolta’ gestionali”.
“In ultimo – ha aggiunto l’assessore – considerato che Regioni ed Enti locali non sono stati tenuti in conto nella disciplina della vendita dei beni confiscati alla mafia, si ravvisa la necessita’ di riformulare i commi 9 e 10 dell’art. 58 che stabiliscono semplicemente che i proventi derivanti dalla vendita o dall’affitto o dalla liquidazione dei beni confiscati siano devoluti al Fondo unico giustizia per poi essere riassegnati allo Stato. Anche in questo caso Regioni ed Enti Locali non sono presi in considerazione come possibili destinatari dei proventi di attivita’ illecite che si sono,direttamente o indirettamente, consumati nel loro territorio. In questo modo il territorio viene penalizzato due volte: la prima volta quando il bene e’ stato acquistato con proventi e/o modalita’ illecite e la seconda volta con l’attribuzione del ricavato della vendita allo Stato.
E’ auspicabile, pertanto, che le Regioni che utilizzano gli immobili confiscati assegnati al demanio dello Stato (anche se appartenenti a societa’ oggetto del provvedimento di confisca), siano sgravate dei costi che in atto sostengono, com’e’ il caso dei costi ingenti per gli affitti a fini pubblici dei predetti immobili, che in atto gravano pesantemente sull’erario regionale.
La sola Regione siciliana spende oltre sei milioni di euro l’anno”. A tal proposito l’assessore ha evidenziato “l’incompatibilita’ delle previsioni del c.d. Codice antimafia con l’art. 33 dello Statuto che assegna alla Regione i beni appartenenti allo Stato e da esso non direttamente utilizzati”.
“I siciliani – ha concluso l’Armao – rischiano di pagare due volte, considerato che la gran parte dei beni confiscati ai mafiosi sono il frutto della vessazione e del pizzo. Pagherebbero prima come vittime e poi come contribuenti, considerato che non solo i beni non verrebbero assegnati alla fruizione collettiva, ma addirittura potrebbero essere ceduti e poi utilizzati per finanziare il fondo nazionale e quindi utilizzati in gran parte fuori dalla Sicilia. Si preveda, almeno, il vincolo di destinazione alle spese dei tribunali e delle forze dell’ordine della Sicilia.”

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